Misteri dolorosi

AGONIA DI GESU’ NEL GETSEMANI –   Ovale di Giuseppe Antonio ORELLI

                     (Mostra in San Bartolomeo dal 12.12.2014 all’11.1.2015: alcune impressioni …)

 

     E’ in scena Gesù, solo. O meglio ci sono due angeli, o meglio ancora …

   Non ci sono i tre apostoli “prediletti”, di cui parlano Matteo (26,37-46) e Marco (14,33-42).

   Per Luca i tre prediletti sono con gli altri, tutti distanti “un tiro di sasso” (22,41).

   Nel vangelo di Luca c’è un solo angelo: “Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo” (22,43).

     Nella tela, invece, ci sono due angeli: uno dietro che Lo conforta, non Lo sostiene tanto fisicamente; sembra suggerirgli e infondergli che gli arriverà la forza interiore per fare la volontà del Padre. Sembra ricordargli che è sempre stato sostenuto nelle precedenti prove affrontate nelle notti in preghiera, che c’è la forza sempre nuova di intervento del Padre a sostenerlo e ad accompagnarlo; in un certo senso il Padre lo precede!

     Il sostegno da parte dell’angelo è leggero: fedele è la Fonte che è la sua stessa Persona divina, in perfetta comunione con la “gloria” del Padre”.

     Il sostegno è leggero, ma è reale, misterioso certamente; è richiamo all’armonia del Bene che ridonda a beneficio di tutti gli altri, compresa l’umanità di Cristo… Proprio a proposito dell’umanità di Gesù, lo Spirito ha fatto scrivere, dopo il ritrovamento di Gesù dodicenne nel tempio: “E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc.2,52).

     L’angelo, nella “comunione dei santi”, opera una grazia che “illumina, custodisce, regge e governa” anche la natura umana del Signore Gesù, “in tutto simile a noi, eccettuato il peccato …” (cf. 2Cor,5,21, Ebr.4,15, 1 Pt.2,22 …).

 

   Il nostro Pittore presenta due Angeli, assegnando al secondo quanto è indicato in Matteo in modo simbolico: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” (26,39).

   Si può così supporre nell’angelo alle spalle di Gesù, maturo e mesto, quello che sorregge Gesù nell’amore verso il Padre, facendo la sua volontà, mentre l’altro angelo, rosso, bambino e un po’ sbrigativo, con il calice in alto, lo attira in modo un po’ perentorio “a favore degli uomini”.

   La Croce, dominante, alta dalla terra fino a toccare il cielo, è anche nella direzione prospettica inclinata verso sinistra, verso gli uomini (sullo sfondo in basso c’è la città…), come risposta a quanto risulta spostato sulla destra il Cristo, e per via di quella accentuazione dovuta all’angelo consolatore alle spalle.

     Il volto del Cristo è supplichevole, ma non è disperato.

     E’ dentro l’angoscia, avverte l’abbandono da parte del Padre, ma sa “nel profondo” che è abbandono temporaneo nonostante tutto.

     E’ nella certezza della tortura più terrificante da parte della brutalità degli uomini.

     C’è il Mistero, tutto di fede, di uomo e Dio insieme, di giustizia e di misericordia, di gloria di Dio: mistero di atrocità e fiducia, di abbandono al Padre nonostante avverta l’“abbandono” da parte del Padre…

     Le mani aperte e lo sguardo in alto, supplice e fidente, indicano la direzione interiore di Gesù, che è nella stessa sconvolgente, continua “tentazione” che patiscono gli uomini ed è nella “follia e gloria di Dio” …

 

LA FLAGELLAZIONE DI GESU’ –     Ovale di Giuseppe Antonio ORELLI

                    (Mostra in San Bartolomeo dal 12.12.2014 all’11.1.2015: alcune impressioni …)

 

     Il Cristo sembra meno intenso: è nella imminenza dei colpi della flagellazione dopo essere stato sotto il peso dell’“angoscia” (Mt.26,37) e “triste fino alla morte” (v.38).

   Patirà in modo diverso i colpi dei flagelli dell’uno e le scudisciate dell’altro, ma ora pare patisca di più lo scherno del terzo, in basso, che sogghigna e forse sta pensando alla violenza che ci metterà lui che sta preparando il suo scudiscio, il cui manico gli spunta dalla tasca.

   Sembrano quasi in posa, a mostrare i loro sentimenti prima della efferata punizione da infliggere a Gesù.

   Risulta meno feroce chi flagellerà, giovane, non incallito nel ruolo, oppure conscio che dopo tale supplizio sarà di minor durata l’agonia in croce del condannato …!

   C’è più rancore, contrapposizione, compiacimento con voglia di vendetta da parte di chi adopererà soltanto le verghe, più anziano, che vorrà scaricare sul malcapitato il rancore accumulato contro questo popolo così diverso rispetto ad altri popoli …

   Probabilmente nessuno dei due lo ha conosciuto prima; hanno modo di conoscerlo ora nella sua interiorità!

   Viene da pensare, invece, che sia già noto allo schernitore in basso, che pur intento a preparare rami di verberazione per il suo scudiscio, il cui manico gli spunta dalla tasca. Sta deridendo Gesù, riportando, forse, qualche sua frase, rovesciandone tutto il valore.

 

   Al centro di questo triangolo c’è il Cristo, bianco nella sua nudità, a capo chino, volto verso il feroce schernitore. Non appare evidente che Gesù lo fissi per restituire tutto il contrario, mitezza, accettazione, benevolenza, attesa di quanto il futuro porterà!

   Il corpo di Gesù non è asciutto e parlante in tutta la sua essenzialità.

   Nemmeno il volto trovo particolarmente espressivo: non è spaventato, è sottomesso;

non mi risulta chiaro se stia fissando (cf. Mc.10,21; Mt.19,21; Lc.18,22 …; Lc.10,28; 12,33) lo schernitore.

   A dispetto della pietà popolare, che ha dato un grande rilievo alla scena cruenta e crudele, la flagellazione è appena accennata dai sobri evangelisti. Non ce n’era bisogno vista la crudeltà e l’orrore che erano chiaramente avvertiti nel tempo …

   Pilato prima resiste, ma alla fine cede al popolo … Superficiale e irresponsabile, Pilato “dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso (Mt.27,26; cf. Mc.15,15). La consegna è ai “soldati del governatore” (Mt.27,27) romano, Pilato.

   Questi due evangelisti si soffermano su tanti particolari (la spogliazione, gli insulti, le derisioni, gli sputi, in balia del popolo e di chi lo aveva in custodia …) prima della “coronazione di spine” (cf.v.29).

   Luca, che non parla di flagellazione e coronazione, ha le stesse osservazioni: “ … gli uomini che avevano in custodia Gesù, lo deridevano e lo picchiavano, gli bendavano gli occhi …” (22,63-65). In seguito Luca aggiunge una prima decisione di Pilato: “…dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà” (23,16). Alla fine cede: “ … consegnò Gesù al loro volere” (v.25): al volere di chi Pilato ha riunito: “i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo” (23,13).

   Il Pittore non ha affrontato lo sguardo diretto, pieno del Cristo al beffeggiatore. E così l’Orelli dichiara l’ineffabilità, la profondità inarrivabile dell’Amore di Cristo, che ha potuto chiedere: “Pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt.5,44).

INCORONAZIONE DI SPINE –                  Ovale di Giuseppe Antonio ORELLI

                           (Mostra in San Bartolomeo dal 12.12.2014 all’11.1.2015: alcune impressioni …)

 

     Pur dopo la flagellazione il Corpo del Signore Gesù non ne porta tutti i terrificanti segni. L’attenzione è portata sulla nuova efferatezza, frutto della fantasia dei soldati,

scatenata forse dalla rabbia per qualche affermazione di Gesù sulla propria libertà, sulla propria regalità, che non portava niente per loro, lontani da ogni affetto …

   Siamo all’interno di tante “prese in giro”, o meglio “invenzioni sadiche”: la spogliazione e il manto rosso da re di burla, la canna di legno che dileggia lo scettro del comando, l’inginocchiarsi davanti deridendolo, gli sputi … (cf. Mt.27,28-30), e, nel mentre, “intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo…” (v.29).

   Con tale gesto c’è come un “far pagare” a lui le violenze, le prepotenze, gli abusi, gli sprechi, i lussi … di ogni potere mondano.

   Due loschi individui sono raffigurazioni di una depravazione di sadismo, non caricaturale, ma di abissale inventiva di odio che diventa violenza fisica scatenata.

   Questi due, che, tra i tanti, hanno “avuto in consegna” (cf. Mt.27,26) Gesù, si prefiggono, nella loro malvagità, di far entrare per tutta la loro lunghezza le robuste spine come aculei, ben oltre il cuoio capelluto, a sbattere contro la scatola cranica.

   Non vogliono essere caricaturali; è sempre la lentezza della storia, con la verità goccia dopo goccia, che ci ripresenta qualcosa della nostra ferocia.

   Più feroce è il figuro di destra, per la postazione del corpo, per la più salda impugnatura del suo bastone, per la vicinanza e l’intenso sguardo al suo operare.

   Il figuro di sinistra ha già la sua boria nella bardatura militare, una impugnatura più morbida e uno sguardo più assuefatto …

   Il terzo personaggio di sinistra è il buffone di corte, nano di statura, con fogge di appariscenza, di gioco senza potere, nelle espressioni di inchino e di genuflessione …

   E’ assunto a personaggio che sbeffeggia gli sbeffeggiatori. Coglie il significato della scena. Egli stesso raffigura chi ha il potere tenendo in mano uno scettro di comando ridotto a un bastoncino smilzo e con poche foglie (e così forse è sbeffeggiato anche il popolo che pochi giorni prima aveva accolto trionfalmente Cristo con rami di ulivo e palme …).

   Il buffone di corte sbeffeggia Pilato che aveva schernito Cristo. Prima gli aveva chiesto: “Tu sei il re dei Giudei?” (Gv.18,33). E dopo averlo presentato con “la corona di spine e il mantello di porpora” (19,5a), lo indica: “Questo è l’uomo!” (19,5b). Ossia, costui è il vostro re! Dito di Pilato, dito del cortigiano-buffone, vero interprete!

   Il buffone di corte interpreta la scena: chi è il re da burla e Chi è il vero Re!  

 

   Gesù, ancora una volta in mezzo a due figuri, è nella sua bianca nudità, in contrasto a tanto colore di chi è alla destra, all’armatura del soldato, alla appariscenza del nano!

   E’ raccolto nel suo nuovo dolore con la bocca aperta negli spasmi senza uscire in gemiti e lamenti di parole. Non può che guardare a terra sapendo che la volontà e la forza vengono dal Cielo! E’ piegato sulla sua sinistra per la maggior pressione esercitata sulle spine e sul capo dal soldato con i colpi precedenti.

   La supplica silenziosa al Padre, la testimonianza che sta dando nello svolgimento della scena, la forza di esempio e di grazia efficace sacramentale, che scaturirà dalla sua Passione per tutta l’umanità di sempre, sono la compagnia silenziosa e forte che Lo sostiene e lo accompagna …

   Mirabili sono questi suoi occhi, mansueti, ma ravvivati da una segreta potenza di amore, di misericordia, di perdono, di correzione, che sono la vera forza di Dio.

 

SALITA AL CALVARIO –                             Ovale di Antonio Giuseppe ORELLI

                         (Mostra in San Bartolomeo dal 12.12.2014 all’11.1.2015: alcune impressioni …)

 

     Anche in questa formella il viso del Signore Gesù non è vivacissimo; poco verosimile, inoltre, quella mano sinistra mollemente appoggiata a terra proprio nella caduta.

   Nascoste dalla tunica rossa, rimessagli addosso, restano le ferite infertegli nella flagellazione. Ci sono solo alcune colature di sangue dovute alle ferite procurategli dall’accanimento nella coronazione di spine. Qualche discontinuità è dovuta a mano di aiutanti di bottega …

   Gli occhi aperti di Gesù non paiono infuocati o benevoli, ed è difficile la tranquillità in tutti quei frangenti, anche se si può pensare al sollievo recatogli dal cireneo.

   Ben compreso del compito assegnatogli è “un certo Simone di Cirene” (Lc.23,26).

   Faccia di popolano, di contadino “che tornava dai campi” (ib.), compreso tra la fatica assegnatagli e la tragedia che sta svolgendosi, nella quale è coinvolto quasi come protagonista.

   Di lui parlano anche gli altri due sinottici.

   Matteo: “Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la croce” (27,32).

   Molto simile è Marco: “Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava …”, con l’aggiunta “che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo” (15,21).    

   Nella tradizione popolare Gesù gli è affidato solo prima che cada una seconda volta. Nella terza stazione della Via Crucis Gesù cade per la prima volta; alla quinta è aiutato dal Cireneo; cadrà ancora alla settima e alla nona stazione.

   La pietà popolare, ma già la tradizione apostolica ha colto ed evidenziato la figura del cireneo, segnalando alcune notizie sulla sua vita, come fa in più Marco a riguardo dei suoi figli.

   Il cireneo, in mezzo alla soldataglia, costituisce un bell’elogio della vita semplice, quotidiana, come quella del contadino, fatta di laboriosità con fedeltà e fiducia, obbedienza con consapevolezza di azioni buone da compiere.

 

   In parallelo a Gesù e al cireneo c’è un’altra coppia, un comandante e un soldato, coppie collocate come su lati minori di un rettangolo attraversato dal legno della croce e dalle insegne militari.

   Il comandante è nel suo equipaggiamento di parata, fiero della sua autorità, con elmo piumato, corazza decorata, alabarda in pugno e un “dito”, di comando, appoggiato sul legno della croce.

   Il soldato con una mano tiene la corda che passava sotto le ascelle del condannato per mantenerlo in piedi nelle varie incertezze, ma con l’altra agita un bastone, segno del suo comando.

   Più sullo sfondo, ma non lontano il centurione a cavallo con gonfalone; c’è un discreto schieramento militare per questo infame supplizio, scelto per Sé dal Signore stesso! Più in lontananza l’insegna dell’aquila romana.      

   Il movimento e il protagonismo di tutto l’apparato militare romano sono in contrasto con la quieta sottomissione del cireneo e la consapevole mansuetudine

dell’Agnello portato al sacrificio!  

 

 

 

CROCIFISSIONE E MORTE DI GESU’ –     Ovale di Giuseppe Antonio ORELLI

                     (Mostra in San Bartolomeo dal 12.12.2014 all’11.1.2015: alcune impressioni …)

 

   Nel volto del Cristo morto c’è la traccia forte della tragedia, unica per la sua sensibilità umana e per la sua portata di sacrificio d’amore.

   Tale tragedia è colta con piena sensibilità. C’è forte intensità davanti a realtà non esprimibile con parole ed espressioni umane che circondano il mistero, ma non possono penetrarlo.

   Sul volto di Cristo è già subentrata la pace. Questo stesso Corpo, così ridotto, sprigiona ancora e sempre la vitalità tipica della sua anima umana, che ora è staccata dal corpo, ma non è morta, ed è in attesa del ricongiungimento del mattino di Pasqua: Amore di Dio e speranza per l’uomo!

   Il corpo dell’uomo non è mai solo corpo!

   Quello di Gesù è Corpo di Dio; è corpo di un’anima che insieme al corpo è Dio. E’ corpo vivificato da tutta la profondità e ineffabilità della generosità più piena, in obbedienza e docilità alla Fonte somma, sempre sorgente nuova di grazia …

   Questo Volto ha stampato su di Sé tutte le risposte paradossali, di sublimità che il Signore ha offerto nella sua concreta esperienza umana: quando era offeso perdonava, dove c’era tristezza consolava, dove c’era divisione portava concordia. Ha portato la vita, la luce agli uomini, perché era “pieno di verità e di grazia” (Gv.1,14).

   La più grande gloria di Dio non è la risurrezione. Qui ci si potrebbe fermare alla potenza di Dio, ma è il morire per amore (condividendo e offrendo esempio, perdonando, espiando, dando), perché abbiamo ad avere la vita, per benvolere più a noi che a Se stesso…

   Questo Volto di Gesù morto ha solennità e grandiosità: trasmette consapevolezza in chi lo ammira e forza che spinge fuori di sé …

   C’è armonia di compostezza e serenità con una quiete raggiunta che rimanda a nobiltà interiore di generosità. Solo umana?

   C’è un rimando continuo da pienezza di umanità a possibilità di ancorarsi in altro!

   Fianco, a illuminare c’è il mistero della nostra fede, della iniziativa specifica di Dio nella storia. Gesù non è solo uomo; è Dio. La morte non è la forza unica, determinante su di Lui.

   Anche da questo Volto, a conclusione di tutta la vicenda della Passione del Signore Gesù, traspare qualcosa che l’uomo di fede, il pittore, ha saputo accogliere, rendere vitale per sé prima di descriverlo con i colori, pur se smorti …

 

   Maria, la Madre, è forte nel rimanere in piedi; raccoglie tutte le forze e tutte le grazie dall’Alto in quelle mani con le dita intrecciate.

   Con quegli occhi rivolti in alto, non è ferma sul Figlio morto, ma su Chi era, conscia che è già in una vita nuova … Ritorna anche su ogni parola e gesto del Figlio, sulla missione che le ha affidato: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!” (Gv.19,26b -27a).

   Non può essere illuminata meno del centurione (cf. Mc.15,39; Mt.27,54; Lc.23,47).

 

   Giovanni è meno forte, ma è in piedi. Soprattutto c’è!

   E’ sconvolto; ha gli occhi abbassati.

   Ma ha la forza di piangere, di far uscire, di riconoscere la sua debolezza per liberare il campo alla reale, sconvolgente storia di Amore!