ORDO PRAEDICATORIUM
GIUBILAEUM 800 (1216-2016)

Lettera di P. Gianni Festa OP, promotore del Giubileo 2016, Provincia San Domenico in Italia

 

Dal 22 luglio all’8 agosto del 2013 si è tenuto a Trogir (Croazia) il Capitolo Generale dei Definitori sotto la presidenza del Padre Maestro generale fra’ Bruno Cadoré il quale nella Lettera di Promulgazione degli Atti corrispettivi [1] ha in limineaffermato: «Questo Capitolo segna una tappa nella preparazione della celebrazione degli 800 anni della conferma dell’Ordine, e il proemio li pone nella prospettiva di questo Giubileo. Ad esso i capitolari hanno scelto da dare come tema: “Inviati per predicare il Vangelo”» [2] . L’Anno giubilare intende festeggiare e ricordare la fondazione e la conferma dell’Ordine da parte di papa Onorio III nel 1216 [3] e 1217.

Nel rammentare la palese importanza dell’evento giubilare, il Padre Maestro ne proponeva anche una illuminante lettura in forma di duplice percorso: «Percorso di gratitudine per il dono della vocazione dell’Ordine […].Percorso di verità e di umiltà con cui, attingendo alle sorgenti della nostra storia e della nostra tradizione, in spirito di gratitudine e di metanoiadomandiamo al Signore di rinnovare la generosità e la libertà interiore che ci disporranno ad essere di nuovo inviati per annunciare il Vangelo […] come lo furono i primi frati di Domenico» [4]. Dunque celebrare con gratitudine ma anche con verità ed umiltà per «consolidare la vita e la missione dell’Ordine» [5], nell’ascolto della Parola di Dio, nell’approfondimento della propria vocazione apostolica e nell’irrobustimento dello spirito di comunione fraterna. Più volte il padre Maestro Generale ha sottolineato con enfasi come non si tratta di una “autocelebrazione” [6] asfittica e trionfale, bensì di un cammino da percorrere per ritrovare il senso profondo e autentico della nostra missione (missio ad gentes), come san Domenico la concepì e la volle.

In previsione dunque dell’anno giubilare i padri capitolari riuniti a Trogir, dopo aver sinteticamente e con efficacia ricordato la nostra bella e illustre storia e aver “ordinato” l’istituzione di un “Coordinatore” generale [7] e di una “Commissione di coordinamento per la supervisione del Giubileo”, hanno voluto offrire anche una serie preziosa di suggerimenti e di indicazioni, proporre criteri per la celebrazione, predisporre un calendario (tempi e luoghi [8]) e attivare rilevanti e sensate iniziative raccolte in un primo programma [9]. A conclusione i priori provinciali venivano invitati a nominare un “Promotore” per ogni Provincia.

Ulteriormente, recependo il dettato degli Atti dell’ultimo Capitolo Generale, anche la nostra Provincia religiosa, attraverso il padre Priore Provinciale e il suo Consiglio, si è dotata di un “Comitato per il Giubileo” e di un Promotore. Sono stati così nominati: fra’ Gianni Festa, promotore, fra’ Alessandro Fanti, fra’ Marco Rainini, fra’ Enrico Arata, fra’ Roberto Viglino, suor Angelita Roncelli, referente per le monache e, infine, Irene Larcan, rappresentante del Laicato Domenicano

Il Comitato dovrà interfacciarsi e lavorare in collaborazione con i corrispettivi delle altre due provincie italiane (“Provincia romana di Santa Caterina da Siena” e “Provincia di San Tommaso in Italia”); inoltre, non va dimenticato l’apporto, il contributo e la partecipazione delle sorelle domenicane di vita attiva che svolgono la loro missione sul territorio della Provincia e, più estesamente, sul territorio nazionale.

Ma, finalmente, cosa significa “celebrare” o “ricordare” un giubileo domenicano? Vorrei, sommessamente, proporre in 10 punti – come prima tappa di un approfondimento che ci seguirà nel corso della preparazione all’evento giubilare – una sintesi dei suggerimenti, considerazioni e interventi fatti dall’attuale padre Maestro Generale a proposito.

  1. All’inizio della nostra storia: inviati a predicare il Vangelo.

Per l’antico popolo dell’Alleanza un giubileo era un tempo di gioia e di rinnovamento quando «ognuno di voi tornerà nella sua proprietà e nella sua famiglia» (Lv 25,10). Ora, il nostro giubileo ci invita a ritornare alle origini dell’Ordine, e questo invito significa – paradossalmente – per noi ricordare, fare memoria del momento fondativo, quando san Domenico inviò i suoi primi compagni fuori dal convento, dalla comunità, addirittura da una patria, perché essi potessero scoprire la gioia e la libertà, la bellezza dell’itineranza. La nostra “itineranza” significa molto di più che spostarsi da un posto all’altro: noi tutti, come discepoli del Cristo, siamo inviati a predicare il vangelo nei luoghi, a quelle genti verso le quali lo Spirito ci spinge. Solo condividendo la vita con Colui che, inviato dal Padre, soffia in noi il suo Spirito, potremo acquisire quella profonda libertà interiore che, sola, ci rende disponibili agli appelli dei nostri fratelli e delle nostre sorelle.

  1. Al centro della nostra storia: il carisma della predicazione

Celebrando otto secoli di vita, siamo più che mai chiamati a laudare, benedicere et praedicare, ma il termine primo della nostra lode è innanzitutto il Signore buono e provvidente, è Lui che desideriamo cordialmente e con tripudio lodare per la gratia praedicationis che elargito a san Domenico, il cui carisma della predicazione continua a svilupparsi, tuttora, nel mondo intero, in medio Ecclesiae. Questo ministero della predicazione che noi condividiamo certamente con l’intera chiesa è ancora oggi vitale e urgente, perché il Vangelo possa risuonare da un capo all’altro del mondo. Questo anniversario ci dona, di conseguenza, anche l’occasione di volgere il nostro sguardo verso il futuro, confidando nella promessa di Dio il quale «infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3, 17). Rivolti fiduciosi verso l’avvenire, dobbiamo umilmente riconoscere che ancora molto abbiamo da imparare dalla nostra storia, dalle sue ombre e dalle sue luci, dai tutti i fratelli e le sorelle che ci hanno preceduto, tra i quali numerosi e numerosi furono coloro che si distinsero come autentici testimoni del Regno. Per la nostra missione di predicatori del Vangelo, allora la nostra storia si rivelerà come una scuola di verità e di umiltà, storia di rinnovamento e di plurisecolare, sapiente esperienza.

  1. Il fine della nostra storia: predicare la parola di Dio

Predicare significa attualizzare il mistero dell’Incarnazione per gli uomini e le donne di oggi. In effetti «il verbo si è fatto carne» per insegnarci la verità di Dio e la verità della nostra umanità. Per avverare in pienezza e fecondità questo servizio della parola è necessario per noi, come lo fu per san Domenico, continuare ad essere cercatori della verità, radicati inalterabilmente nella vita del Cristo. Il rinnovamento della nostra vita domenicana dovrebbe, così, iniziare con l’unificazione di tutta la nostra esistenza, possibile grazie all’ascolto attento e alla lettura sapiente della Parola, grazia alla pratica di una vita di preghiera e di contemplazione nel silenzio e nello studio. Credo che lo scopo, il centro della nostra formazione domenicana, sia quello di acquisire con felicità un’autentica maturità umana spirituale e relazionale, la quale, sola, potrà testimoniare che la Parola di Dio è in grado di donare agli uomini la tanto invocata grazia di essere più integralmente umani e alle nostre comunità fraterne di manifestare quella carità che il Cristo desidera vedere realizzata tra di noi.

  1. La serietà della nostra storia: esigenze della predicazione

Il nostro giubileo implica, di conseguenza, una insoppremibile dimensione di metanoia, di conversione, perché, incontrovertibilmente, la storia ci insegna o ci mostra che anche le nostre esistenze comunitarie e individuali sono troppo spesso segnate dalle sventurate mode e opinioni che fanno frastuono intorno a noi e che finiscono, come tante sirene, per attirarci con il loro fuorviante canto: il nichilismo, il cinismo, la superficialità, i lussi e il consumismo, le forme di relativismo e di fondamentalismo, la ricerca del possedere, il sottile e luciferino fascino del potere e della superbia. Tutto ciò può portare, alla fine, a quelle forme di isolamento o di imborghesimento della nostra vita domenicana, a quella perdita del tono evangelico e della credibilità di stile di vita, tanto necessarie alla proclamazione del Buona Novella. Più che mai, allora, è necessario ricordare che «la fede senza le opere è morta» (Gc 17) e che, come predicatori della grazia, è necessario che verbo et exemplo testimoniamo come la fede trasformi l’esistenza umana e la faccia lievitare, rinnovi il cuore, lo spirito e il corpo, e come tutte le realtà sociali del mondo sono chiamate a diventare segni vivi ed epifanici della presenza del Regno.

  1. Un pilastro della nostra storia: la fecondità dello studio

Le fonti dell’Ordine tramandano che san Domenico inviò i suoi frati a Bologna e a Parigi perché potessero studiare nelle locali università e, così, venissero a contatto con i nuovi saperi che da tempo circolavano nelle aule universitarie. Più che mai, oggi, la complessità della condizione umana e gli epocali cambiamenti maggiori che caratterizzano la vita dei nostri contemporanei ci invitano a cercare di comprendere il mondo nel quale viviamo e che «Dio ha tanto amato» (Gv 3,16). Oggi, è proprio al centro di queste trasformazioni che san Domenico invierebbe i suoi frati affinché si facciano carico delle inevase e spesso inquietanti domande che l’umanità intera pone, entrando in dialogo con tutti coloro che tentano di costruire un mondo più umano. Sono certo che nutriti e sapientemente educati nella nostra ricca e sapiente tradizione, potremo umilmente porci al servizio della parola di verità e dimostrare come la teologia non è estranea ad alcuna delle grandi questioni del nostro tempo ed offrire, allo stesso tempo, la visione cristiana dell’uomo, della sua dignità e del suo valore incommensurabile. Nel nostro amato Ordine lo studio non è solo una semplice e prescritta tappa della formazione ma è, molto di più, una maniera di essere: essa irriga e feconda tutta la nostra vita. Custoditi dalla Parola e soccorsi dalla sua potenza, Parola eterna che dobbiamo con energia rinnovata ascoltare, studiare, meditare e contemplare, saremo in grado di impegnarci ad andare incontro verso i disorientanti interrogativi della società odierna e intravedervi con stile profetico delle ghiotte opportunità per noi predicatori. Sì, dobbiamo crederci: il Giubileo potrà davvero essere per nostra vita intellettuale una grande occasione, ovvero una provvidenziale opportunità per riconsiderare in accezione creativa le modalità di consacrarci allo studio in vista della predicazione, cooperando tutti i rami della grande Famiglia Domenicana.

  1. La ferialità della nostra storia: possedere uno stile di vita

Il nostro stile di vita sorge dall’equilibrio personale e comunitario che si tende tra lo studio, la contemplazione, la preghiera liturgica, la vita fraterna, l’impegno apostolico: ogni dimensione cresce nella misura in cui è vivificata dalle altre. In questo equilibrio siamo invitati a scorgere il “genio politico” del nostro santo Fondatore il quale, in vista di permettere ai suoi frati di potersi votare con passione e libertà alla missione dell’evangelizzazione e farsi così carico delle gioie e dei dolori, delle speranze e delle paure dell’umanità di ogni epoca e di ogni luogo, ritenne saggio dotare l’Ordine di quelle strutture flessibili e democratiche di governo, che ancora oggi sono il vanto della nostra legislazione. Noi costituiamo dunque una sorgente di liberazione e non di paure e di costrizioni. Costantemente modificate e riformate alla luce delle nuove necessità le nostre leggi trovano nella sequela del Cristo il loro primo fondamento e la loro evidente ispirazione. Le nostre norme costantemente ribadiscono come la vita domenicana si vive in una comunità di fratelli: esse, dunque, acquistano il loro pieno significato nelle messa in opera concreta e fattuale del nostro desiderio di comunione fraterna, come la condivisione dei nostri beni e dei nostri doni. Come mirabilmente aveva scritto sant’Alberto Magno in dulcedine societatis, quaerere veritatem: «nella dolcezza della fraternità, cercare la verità». Sì, è la dolcezza della nostra vita fraterna, la sua gioia, il perdono che giorno dopo giorno ci doniamo vicendevolmente, che potrà configurarsi per un mondo ferito dalle violenze, dai conflitti, dai sospetti e dalle esclusioni, la migliore delle evangelizzazioni; le nostre prime comunità non furono forse chiamate “santa predicazione”?

  1. Una storia che cammina: un Ordine in evoluzione

La nostra famiglia domenicana è ormai da anni impegnata in un processo di rinnovamento e di trasformazione delle sue strutture al fine di intensificare la missione della predicazione. Questo processo non va inteso nella direzione di una ristrutturazione amministrativa per sé stessa o di un doloroso abbandono della nostra presenza in città o paesi nei quali i domenicani hanno per secoli svolto una missione benefica e intellettualmente efficace, ma di un processo prudente che tenta di individuare con discernimento quelle strutture appropriate a restaurare dappertutto il dinamismo della nostra vocazione e di meglio corrispondere con efficacia e in verità a quella lontana chiamata che san Domenico stesso lanciò ai primi suoi compagni inviandoli a «predicare, studiare, fondare dei conventi».

  1. Le origini evangeliche della nostra storia: una vita apostolica

Il carisma che abbiamo ricevuto da san Domenico, confermato fin dalla fondazione dalla chiesa, consegnandoci l’incarico della predicazione, ci richiede di vivere alla maniera degli apostoli e portare «la testimonianza della resurrezione del Signore Gesù» (Atti 4,33). Oggi, più che mai, è nella misura nella quale saremo fedeli ad ascoltare «l’insegnamento degli Apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere» (Atti 2,42) che saremo fedeli alla visione profetica di san Domenico il quale ha voluto un ordine interamente consacrato alla predicazione della Parola.

  1. Una storia accogliente: una buona novella per tutti

Inviati dal Cristo a «portare la buona novella ai poveri» (Lc 4,18) siamo dunque vocati a raggiungere le situazioni concrete degli uomini e delle donne del nostro tempo per condividere con loro una parola di speranza e di amicizia, soprattutto in questi tempi nei quali molti si scoraggiano e smettono di coltivare la speranza di vedere sorgere un mondo più umano. In effetti ai nostri giorni, molti uomini e donne sono sconvolti dagli effetti della crisi economica, sociale e morale che genera precarietà e porta all’esclusione. La nostra predicazione deve esprimere e dichiarare la nostra compassione per quelli che soffrono, la nostra solidarietà per gli esclusi e per coloro che vivono alle estreme periferie delle nostre opulenti città, deve essere infuocata da credibili accenti profetici per denunciare ciò che sfigura l’umano e soprattutto deve invitare a profondi cambiamenti di mentalità. La nostra predicazione deve tentare, inoltre, ogni forma di dialogo possibili, deve formare ed educare all’ascolto rispettoso dell’altro e guidare ad una parola che non aggredisce ma che ricerca umilmente e con gli altri la verità. Infine, in un contesto di secolarizzazione, la nostra predicazione deve mostrare come la fede dona senso alla vita, unifica la persona, la costituisce nella relazione con Dio e con gli altri e infine gli apre un orizzonte insospettato di libertà.

  1. La gioia della nostra storia: «Va a dire ai miei fratelli» (Gv 20, 17)

Festeggiare, infine, gli otto secoli di esistenza dell’Ordine dei Predicatori significa aprirci con entusiasmo e fiducia verso il futuro del nostro carisma, piuttosto che commemorare trionfalisticamente un glorioso anniversario. Noi tutti dobbiamo crederlo: il ministero della evangelizzazione resterà fino alla fine dei tempi una necessità per la Chiesa al servizio del mondo. Sì, davvero, facciamo memoria della bellissima immagine del profeta Isaia: «Quanto sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie, che annuncia la pace, che è araldo di notizie liete, che annuncia la salvezza, che dice a Sion: “Il tuo Dio regna!”» (Is 52, 7). Dio, noi lo crediamo, ha un progetto magnifico per la comunità umana e ha scelto noi, come figli di san Domenico, a dispetto della nostra debolezza e fragilità i “messaggeri di buone notizie”, per essere testimoni gioiosi della vita divina.

 

[1] Acta Capituli Generalis Diffinitorum Ordinis Praedicatorum, Romae, ex Curia generalitia ad S. Sabinam, 2013.[2] Cito dall’edizione in lingua italiana Atti del Capitolo Generale dei Definitori dell’Ordine dei Predicatori, Trogir (Croazia), a cura del Centro Espaces “Giorgio La Pira”, Pistoia, 2013, p. 3.[3] Con la bolla Religiosam vitam del 22 dicembre 1216.[4] Ibidem.[5] Ibidem.[6] Confermando quanto gli Atti recitano al numero 57.1. 2 e 3: «1. La celebrazione del giubileo nei prossimi tre anni significa entrare in un processo dinamico di rinnovamento […] e non solo celebrazione di eventi. 2. La celebrazione non dev’essere auto-referenziale, ma orientata verso Dio da cui riceviamo il dono della vocazione domenicana e verso coloro a cui siamo inviati. 3. Ricordare la nostra storia non è auto-glorificazione ma ricordarci delle nostre origini in spirito di gratitudine, e aiutarci a scoprire il ruolo dell’itineranza nel nostro stile di vita», ibidem, p. 24.[7] Successivamente è stato nominato il padre Franklin Buitrago Rojas.[8] A proposito dei luoghi, gli Atti al numero 59 raccomandano: «Raccomandiamo al Comitato promotore generale di privilegiare i seguenti luoghi per gli eventi legati al Giubileo. 1. Luoghi che sono legati alla vita di san Domenico e alla nascita dell’Ordine: in particolare Calereuega, Palencia, Osma, Fanjeux, Prouilhe, Tolosa, Roma e Bologna», Atti del Capitolo Generale dei Definitori dell’Ordine dei Predicatori, p. 25. Questa raccomandazione indica, così, la nostra Provincia di “San Domenico in Italia” tra quelle maggiormente coinvolte nella programmazione e nella organizzazione degli eventi.[9] Cfr. ibidem, pp. 23-27.

 

P. Gianni Festa OP

promotore del Giubileo 2016 

Provincia San Domenico in Italia