Il Rosario, dono del Cielo e di generazioni di fratelli

Dedichiamo questo breve articolo sul Rosario, a un nostro confratello, p. Enrico Rossetti (1915-1974), che è stato collegiale, in questo convento di Bergamo, dal 1925 al 1931, e qui assegnato, come religioso, dal 1944 al 1958 (priore dal 1946 al 1949). A detta di tutti, questo religioso è stato un vero devoto di Maria Santissima e un vero apostolo del culto mariano, in particolare del Rosario. Il 2 febbraio 1974 (sarebbe morto il 29 marzo dello stesso anno) ebbe una grande gioia: Papa Paolo VI, nella “Marialis cultus”, dedicava un capitolo intero al Rosario, riconoscendolo come l’apostolato proprio dei Domenicani, confermando le intuizioni e l’opera da lui svolta[1].

 

Preghiera forse non facile – perché esposta al rischio di una recita meccanica – il Rosario può diventarlo, facile e fonte di grazia, se lo si dice nel modo consigliato, tra gli altri, dal cardinale Martini[2]:

“Il Rosario è una preghiera che richiede una certa calma, una certa distensione, l’acquisizione di ritmi che ci permettano di entrare in uno stato vero di preghiera e non soltanto in una recita verbale… bisogna soprattutto badare non tanto alla quantità delle cose, quanto ad un vero ritmo, che allora davvero nutre il nostro spirito, ci entra dentro”.

 

Queste parole del cardinal Martini richiamano consigli simili dati dal beato Paolo VI nella sua Esortazione apostolica “Marialis Cultus” del 2 febbraio 1974, la cui parte terza è interamente dedicata al Rosario.

 

Paolo VI sottolinea due aspetti di questa “pia pratica”, che valgono a liberarla da ogni ingiusto sospetto di essere una devozione superficiale e sorpassata.

Da un lato l’indole evangelica (parr. 44 e 46), il suo radicamento, potremmo dire, e immersione, nel Vangelo. I 15 misteri (20 dopo l’integrazione proposta da Giovanni Paolo II[3]) che si contemplano nel Rosario sono tutti eventi evangelici. Anche il 4º mistero glorioso, l’Assunzione di Maria (e il 5º, in qualche modo suo corollario), pur non essendo documentato direttamente dalla Scrittura, è una verità dogmaticamente definita (nel 1950) e un mistero di salvezza emerso nella coscienza della Chiesa, assidua nell’ascolto e nella riflessione sulla Parola di Dio.

L’altro aspetto su cui Paolo VI insiste è la natura contemplativa di questa preghiera. Cosa significa, qui, contemplare? Ammesso che si possa rispondere in poche parole, direi che significa accogliere questi misteri, già celebrati e resi presenti nella Liturgia, come eventi di salvezza, supplicando che questa potenza salvifica penetri sempre di più in me e nella Chiesa.

Leggiamo il par. 47:

“Si è … sentita con maggiore urgenza la necessità di ribadire, accanto al valore dell’elemento della lode e dell’implorazione, l’importanza di un altro elemento essenziale del Rosario: la contemplazione. Senza di essa il Rosario è corpo senza anima, e la sua recita rischia di divenire meccanica ripetizione di formule e di contraddire all’ammonimento di Gesù: Quando pregate, non siate ciarlieri come i pagani, che credono di essere esauditi in ragione della loro loquacità (Mt 6,7). Per sua natura la recita del Rosario esige un ritmo tranquillo e quasi un indugio pensoso, che favoriscano all’orante la meditazione dei misteri della vita del Signore, visti attraverso il cuore di colei che al Signore fu più vicina, e ne dischiudano le insondabili ricchezze”.

“Visti attraverso il cuore di colei che al Signore fu più vicina”: si tratta dunque di partecipare, quasi di condividere, la meditazione della Madre del Signore, più volte messa in luce nel Vangelo di san Luca: “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (cfr Lc 2,19.51).

 

Il Rosario, preghiera semplice, ha avuto una storia molto complessa. Il processo di formazione dura dal XII al XVI secolo. Il documento che suggella, e consacra, tale formazione è la bolla “Consueverunt” del pontefice domenicano san Pio V, del 17 settembre del 1569, come mostra il seguente passo, che definisce e descrive il Rosario come ancora oggi lo conosciamo:

«Il Rosario, o salterio, della beatissima vergine Maria è un modo piissimo di orazione e di preghiera a Dio, modo facile alla portata di tutti, che consiste nel lodare la stessa beatissima Vergine ripetendo il saluto angelico, per centocinquanta volte, quanti sono i salmi del salterio di David, interponendo ad ogni decina la preghiera del Signore, con determinate meditazioni illustranti l’intera vita del Signore nostro Gesù Cristo».

 

In questa struttura confluiscono molti elementi, che sono in realtà esperienze secolari di fede e di preghiera[4]. Come negare che sia stata la divina Provvidenza, e l’intercessione della Beata Vergine Maria, a suscitare, e condurre a buon fine, queste esperienze?

  1. Ripetizione di preghiere, prima il Padre nostro, poi l’Ave Maria – o altre formule e invocazioni – servendosi di strumenti adatti[5]. Ripetere un’informazione avrebbe senso solo se chi la chiede fosse sordo, ma ripetere “ti amo”, o la domanda “mi ami?”, è il “gioco” preferito di due che si amano. Nelle lettere di Paolo[6] e nel vangelo di Luca riecheggia l’invito del Signore a “pregare sempre senza stancarsi mai” (Lc 18,1-8). In questo senso va anche la preghiera di Gesù, o del cuore, dei cristiani d’oriente, divulgata da Evagrio Pontico (IV secolo) e da altri maestri spirituali, che consiste nella ripetizione incessante, addirittura secondo il ritmo del respiro, della formula “Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore”.
  2. Sostituzione, già a partire dal secolo X, a beneficio dei fratres illitterati (e in seguito anche dei laici), dei 150 salmi del salterio monastico con 150 Padre nostro. Ai Padre nostro succederanno, nel XII secolo, le Ave Maria. Anche qui vorrei notare che l’alfabetizzazione non comportò l’abbandono di questa pratica, che si rivela, perciò, non puramente sostitutiva (quasi un surrogato), ma integrativa, quasi prolungamento e interiorizzazione dell’opus Dei. Un’altra osservazione che si potrebbe, forse, fare è che questa sostituzione ha comportato un passaggio dall’Antico Testamento, a cui i salmi appartengono, al Nuovo, più facilmente meditabile per un cristiano. Questa pratica – notiamo – era chiamata Salterio della Beata Vergine Maria.
  3. Verso la fine del XIV secolo il certosino Enrico di Kalkar suddivise le 150 Ave Maria del salterio mariano in 15 decine, aggiungendo al termine di ognuna la recita del Padre nostro.
  4. Verso la metà del XV secolo un altro certosino, Domenico di Prussia (1384-1460), propose di unire a 50 Ave Maria la meditazione dei misteri evangelici con brevi, ma frequenti, frasi di riferimento. Ad ogni Ave corrispondeva un mistero. Per denominare questa pratica Domenico di Prussia adottò (non inventò) il nome “Rosario”. Il contributo importante dato dai certosini alla “costruzione” del Rosario è una conferma della sua natura contemplativa.
  5. “Dove esattamente siano stati adottati per primi gli attuali quindici misteri, cui corrispondono centocinquanta Ave Maria — nonché, quasi fin da subito, quindici Padre nostro —, è oggetto di dispute fra gli storici”[7]. Anche qui vorrei osservare che c’è comunque una connessione fra l’Ave Maria e il mistero. È praticamente impossibile dire questa preghiera isolando la Madonna dalla storia della salvezza e dalla Gloria dove ora si trova. Io mi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria, assunta in Cielo, che ha ricevuto l’annunciazione dell’Angelo, è andata a visitare Elisabetta … e qui mi fermo, perché dovrei di nuovo passare in rassegna tutti i misteri evangelici confluiti nel Rosario. Il già ricordato Alano de la Roche – grande divulgatore della devozione a Maria, fondatore a Douai, in Francia, nel 1470 della prima Confraternita del Salterio della Gloriosa Vergine — suddivide le 150 Ave Maria in tre cinquantine dedicate, rispettivamente, all’Incarnazione, alla Passione e alla Resurrezione del Signore. Non è ancora del tutto chiarita l’articolazione interna di questi tre cicli. Alano “non amava il nome “Rosario” colpevole di ricordare troppo la letteratura mondana che associava la rosa all’amore profano. Alla fine tuttavia … i fedeli assicurarono il successo” di questo nome”[8].
  6. “I misteri sono quasi gli attuali nella xilografia di Francesco Domenech del 1488 e nell’area spagnola. A Venezia nel 1521 Alberto da Castello pubblicava il Rosario della gloriosissima Vergine Maria, mantenendo 150 clausole, ma legando la meditazione al Pater e denominandola “mistero” e dunque favorendo l’attuale assetto. Da notare che la pubblicazione considera ancora il Rosario una preghiera visiva, con 165 immagini, una per ogni Pater e Ave”.[9]

“A poco a poco i quindici misteri vengono adottati anche dalle confraternite maggiori: la più importante era stata fondata a Colonia dal domenicano Jakob Sprenger (1436 o 1438-1495) l’8 settembre 1475, un giorno dopo la morte di Alano de la Roche, e contava fra i suoi primi membri l’imperatore Federico III. La storia delle confraternite del Rosario rappresenta un fenomeno sociale affascinante: in pochi anni arruolano centinaia di migliaia, forse milioni, di membri di tutte le classi sociali, e il loro carattere internazionale e autonomo suscita le lamentele di chi le considera un elemento capace di fare concorrenza al sistema delle parrocchie e delle diocesi: le controversie odierne in tema di movimenti, come si vede, non sono poi così nuove”[10].

 

Non posso concludere se non con un invito a dire il Rosario.

I maestri spirituali ricordano che il luogo della preghiera è il cuore. È nel cuore che bisogna scendere, dalle labbra e, si potrebbe dire, dalla superficie del nostro essere.

Il cuore è il centro e così, pregando, io offro tutta la mia vita, corpo, e anima, mente e forze, bene e male. Man mano che procediamo nell’enunciazione e meditazione dei misteri, e nella ripetizione amorosa e orante dei Padre nostro e delle Ave Maria, noi affidiamo a Dio la vita finora vissuta, quella che stiamo vivendo, e quella che vivremo, in questa dimora terrena prima di approdare, come speriamo, in quella eterna.

 

Padre Paolo Gerosa OP – 21 novembre 2014

 

[1] Riporto il par. 43 di questa Esortazione, su cui tornerò tra breve: “Il Nostro assiduo interesse verso il tanto caro Rosario della Beata Vergine Maria Ci ha spinto a seguire molto attentamente i numerosi convegni, dedicati in questi ultimi anni alla pastorale del Rosario nel mondo contemporaneo: convegni promossi da Associazioni e da persone che hanno profondamente a cuore la devozione del Rosario, ed ai quali hanno partecipato Vescovi, presbiteri, religiosi e laici di provata esperienza e di accreditato senso ecclesiale. Tra questi è giusto ricordare i Figli di san Domenico, per tradizione custodi e propagatori di così salutare devozione. Ai lavori dei convegni si sono affiancate le ricerche degli storici, condotte non per definire con intenti quasi archeologici la forma primitiva del Rosario, ma per coglierne l’intuizione originaria, l’energia primigenia, la essenziale struttura. Da tali convegni e ricerche sono emerse più nitidamente le caratteristiche fondamentali del Rosario, i suoi elementi essenziali e il loro mutuo rapporto”.

[2] Carlo Maria Martini, Le virtù del cristiano. Meditazioni per ogni giorno. 1988.

[3] Con la lettera apostolica “Rosarium Virginis Mariae” del 16 ottobre 2002, Giovanni Paolo II, quasi colmando una lacuna, ha suggerito di inserire, tra i misteri gaudiosi e quelli dolorosi, i misteri luminosi (o della luce). Forse non è inutile fornire un elenco completo dei misteri:

Gaudiosi: 1) L’Annunciazione dell’Angelo a Maria Vergine. 2) La Visita di Maria Santissima a Santa Elisabetta. 3) La Nascita di Gesù nella grotta di Betlemme. 4) Gesù viene presentato al Tempio da Maria e Giuseppe. 5) Il Ritrovamento di Gesù nel Tempio.

Luminosi:1) Il Battesimo nel Giordano. 2) Le Nozze di Cana. 3) L’annuncio del Regno di Dio.
4) La Trasfigurazione. 5) L’Eucaristia.

Dolorosi: 1) L’agonia di Gesù nel Getsemani. 2) La flagellazione di Gesù. 3) L’incoronazione di spine. 4) Il viaggio al Calvario di Gesù carico della croce. 5) Gesù è crocifisso e muore in croce.

Gloriosi: 1) La risurrezione di Gesù. 2) L’ascensione di Gesù al cielo. 3) La discesa dello Spirito Santo nel Cenacolo. 4) L’Assunzione di Maria al cielo. 5) L’Incoronazione di Maria Regina del cielo e della terra.

[4] Il domenicano bretone Alano de la Roche (+ 1475) afferma che il Rosario è stato consegnato da Maria Santissima a San Domenico (1170-1221), fondatore dell’Ordine dei Predicatori. Questa affermazione è, se non letteralmente, sostanzialmente vera, anche se andrebbe piuttosto riferita, chiaramente, al salterio mariano, la ripetizione meditativa della Salutazione angelica, e intesa in modo non esclusivo, estendendosi la provvidenza e l’intercessione  di Maria a tutta la Chiesa. La composizione del Rosario è stato un work in progress dove ognuno ha svolto la sua parte. E soprattutto vale per essa – a maggior ragione! – ciò che disse Dante della sua Commedia, “cui pose mano e cielo e terra”.

[5] “Oggi … nessun studioso dubita dell’esistenza di stringhe o di cordicelle utilizzate per la preghiera reiterata nel mondo cristiano fin dai tempi dei Padri del Deserto, nei secoli III e IV dopo Cristo … Catenelle che si avvicinano già ai nostri rosari sono appartenute a Gertrude, figlia di Pipino I di Francia, morta nel 659, e a Lady Godiva di Coventry, morta nel 1041 … Sembra che gli strumenti fossero inizialmente utilizzati per ripetere un certo numero di volte il Padre nostro, da cui il nome di paternoster attribuito a un antenato dei nostri rosari. Cesario di Heistebach (1180-1240) loda le virtù di una matrona che aveva l’abitudine di recitare regolarmente cinquanta Ave Maria, e storie simili diventano relativamente comuni fra i secoli XII e XIII. I laici usano corone o rosari … da cinquanta, cento o centocinquanta Ave Maria; i religiosi e le religiose vanno anche molto oltre, come le domenicane del convento di Unterlinden, a Colmar, in Alsazia, che nel secolo XIII s’impegnavano a recitare mille Ave Maria al giorno e duemila nei giorni di festa. Non vi è dubbio, pertanto, che la pratica di recitare più volte la stessa preghiera servendosi di appositi strumenti sia di origine molto antica nel mondo cristiano, prescinda da derivazioni islamiche e sia stata applicata all’Ave Maria a partire almeno dal dodicesimo secolo”. Massimo Introvigne, La meravigliosa storia del Rosario. Cristianità n. 275-276 (1998).

[6] 1 Ts 5,17; Ef 5,20; 6,18.

[7] Massimo Introvigne, art. cit.

[8] La rosa, bella e carica di simbolismo, è un fiore molto amato dai poeti – a partire dai poeti dell’amor cortese –  e dagli amanti. Il cavaliere offriva alla dama, regina del suo cuore, un “sertum rosarium”, una ghirlanda o corona di rose. È interessante notare che, almeno in italiano, “corona” è passato poi a indicare lo strumento di cui ci si serve per contare le preghiere. (Questa corona di rose era talora chiamata, pare, “capelletum”, da cui deriverebbero il francese “chapelet” e il tedesco antico “zaplet”). Tutto questo non credo debba scandalizzarci perché “profano”: tutto, tranne il peccato, discende dall’amore divino per risalire ad esso.

[9] Riccardo Barile, Breve storia della struttura del Rosario. L’Osservatore Romano, 11.1.2003, pp. 1.4 e RPL 2 (2001) pp. 30-36. Questa osservazione di p. Barile penso dovrebbe spingerci a una riflessione sull’uso liturgico e orante, che si faceva allora, di quelle che in seguito saranno catalogate come pure opere d’arte. Ancora nel 1548 S. Ignazio di Loyola (14911556) raccomandava, nei suoi Esercizi spirituali, la “composizione di luogo”, la visualizzazione delle scene del Vangelo dove l’esercitante era invitato in qualche modo a entrare.

[10] Massimo Introvigne, art. cit.