Eventi in corso

CONCERTI

 

CONFERENZE

 

nel mese di marzo 2022 *

 

 

* * * * *

 

“La vita eterna nell’esperienza dei mistici” 

don Ezio Bolis

 

«Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). L’esperienza dei mistici si fonda e si spiega in riferimento a questa affermazione di Gesù: la vita eterna non è semplicemente quella che viene dopo la morte, mentre quella presente sarebbe solo passeggera. No. La vita eterna è la vita vera, che può essere vissuta anche nel tempo e che non viene meno neppure con la morte fisica, come dice Gesù in occasione della morte e della risurrezione di Lazzaro: «chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno» (Gv 11,25s).

C’è un rapporto molto stretto tra esperienza mistica e vita eterna, come mostra in modo splendido san Giovanni della Croce, soprattutto nella sua ultima opera, la Fiamma viva d’amore. Nella sua esperienza mistica l’anticipazione della vita eterna suscita l’ardente desiderio del suo compimento: «Finiscimi se vuoi, il velo squarcia a questo dolce incontro!».

Qual è il significato di questa invocazione e quali sono i suoi riverberi nella vita quotidiana è quanto ci proponiamo di scoprire nell’incontro.  

 

* * *

«Essere nell’altro, “legge” di Dio»

 

Fra Paolo Gerosa op

 

Molti pensano alla vita eterna come a una vita dopo la morte, del tutto diversa dalla vita terrena. Tuttalpiù si tratterebbe di agire bene in questa vita per ricevere, dopo la morte, il premio.

Ma se apriamo il Vangelo abbiamo un’impostazione diversa. Penso in particolare al Vangelo di Giovanni.

In questo Vangelo Gesù parla spesso della «vita», così semplicemente, o aggiungendo l’aggettivo «eterna». Non ne parla però al futuro ma al presente.

Gv 10, 22-30

 

 

 

 

 

 

Contesto: discorso del buon pastore

 

Ricorreva allora a Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era inverno. Gesù camminava nel tempio, nel portico di Salomone. Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore.  Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

Qui il presente è la vita eterna e il futuro l’esclusione della perdizione.

Questo passare della vita eterna dal futuro al presente[1] si verifica con straordinaria potenza anche in Gv 11, 1-44 che racconta la risurrezione di Lazzaro. A Marta, che dice a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!», Gesù replica: «Tuo fratello risusciterà», e Marta lo intende in questo modo: «So che risusciterà nell’ultimo giorno». Ma Gesù ribatte: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno».

Da un futuro talmente remoto da non poter influire sul presente, al puro e semplice presente, il già ora… E possiamo anche aggiungere dall’evento alla persona presente. La risurrezione non tanto come evento (futuro) ma come persona (presente).

Vediamo adesso rapidamente altri passi in cui si afferma il presente della vita eterna.

Non è infatti solo un passaggio dal futuro al presente, ma dall’assenza alla presenza. “Se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto” dice Marta a Gesù – grande problema della assenza di Dio che tortura la cultura moderna – che in fondo le risponde: io c’ero e ho lasciato che morisse (non l’ho guarito ma la sua malattia “non era per la morte”) perché lo potessi resuscitare già ora e così manifestare la gloria del Padre.

Ecco in breve altri passi.

Gv 3, 36In un detto autorivelativo, dopo il dialogo con Nicodemo, Gesù dice:

chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui.

Gv 5, 24In un altro detto, posto dopo la guarigione alla piscina di Betesda e la susseguente disputa, Gesù dice:

In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita.

Gv 6, 47.56Nel discorso nella sinagoga di Cafarnao, che segue il segno della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù dice:

In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

 

“È passato dalla morte alla vita”: qui addirittura si dà la salvezza come già avvenuta.

 

Ma ci chiediamo: che cos’è questa vita talmente vita da non temere la morte e il giudizio?

Rispondo: la relazione col Padre e coi discepoli, l’essere nell’altro del titolo. La beata Benedetta Bianchi Porro diceva: la carità è abitare negli altri.

In ogni pagina del Vangelo di Giovanni, Gesù insiste sui suoi rapporti con il Padre. Si potrebbe dire che questo è il centro del Vangelo, il centro della vita interiore di Gesù. E per parlare del suo rapporto con il Padre Gesù usa la formula essere in. Si potrebbe dire che questa preposizione è il perno di Gv.

È soprattutto nei discorsi di addio che Gesù rivela, confida, il suo essere nel Padre.

Gv 14, 8-24

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con (metá) voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: «Mostraci il Padre»? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da (apó) me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.

In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al (pros) Padre.

Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso (pará) di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da (pros) voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

Gli disse Giuda, non l’Iscariota: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?».  Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a (pros) lui e prenderemo dimora presso di (pará) lui

 

 

Questa proposizione pros è molto importante. La troviamo anche nel Prologo del Vangelo.

En arché en o lógos kái o lógos en pros ton theón, kái theos en o lógos

In principio era la Parola e la Parola era – presso ma sarebbe meglio dire verso Dio – e Dio era la Parola. “Verso” indica lo slancio del bambino in braccio al padre.

L’in-essere non definisce solo l’essere del P, del F e dello S.S. ma anche l’essere, che in questo modo viene a configurarsi come trinitario, del discepolo

Gv 15, 1–8

 

 

 

 

 

 

 

 

Contesto:

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io-Sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto [fa molto frutto], perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli». 

 

Concludiamo con uno schema:

L’essere divino (e umano) secondo il pensiero grecoL’essere divino e cristiano secondo la Rivelazione
Essere (Ousia, Essentità)

 

 

 

Essere con

Essere da (ex-sistere, esistere, esistenza)

Essere in

Essere verso

 

[1] Analogamente nel Vangelo di Luca, nell’episodio dei discepoli di Emmaus, la salvezza portata da Cristo non è più un evento ormai passato ma presente nel Risorto. Questo porta i discepoli dall’ottusità alla luce e dalla tristezza alla gioia.

 

 

* * *

VITA ETERNA

E MISTERO EUCARISTICO

 

L’evento pasquale di Cristo, celebrato nello Spirito Santo nella assemblea liturgica, costituisce l’attualità del tempo escatologico della salvezza. Con la glorificazione di Cristo, l’umanità entra nella pienezza dei tempi.
Quando ci riuniamo nel nome del Signore risorto e facciamo memoria. delta sua Pasqua, veniamo in modo sempre più vivo assunti in lui e diveniamo testimoni della frattura escatologica, che ha fatto entrare la storia negli ultimi tempi.
La liturgia dell’avvento, che esprime tale tensione intrinseca all’economia della storia della salvezza, ci educa ogni anno ad un simile atteggiamento, poiché essa è tutta proiettata verso la venuta del Signore ed è interiormente qualificata da un profondo movimento di attesa. L’autentico significato di questa condizione non proviene da noi, ma acquista la sua pregnanza unificante nella persona stessa del Cristo, che verrà alla fine dei tempi. La presenza del Cristo glorioso anima l’assemblea cultuale, che contempla il suo Signore come ci illumina il testo prefaziale 1 del Tempo dell’Avvento:
«Al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana, egli portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza.
Verrà di nuovo nello splendore della gloria e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa».
La struttura di questo importante testo pregato dalla Chiesa, ci orienta a comprendere che sussiste una correlazione essenziale tra la presenza reale della salvezza nel culto e il futuro della pienezza del Dio tutto in tutti nella Gerusalemme del cielo. L’escatologia non è che il compimento della vera dimensione liturgica dell’uomo. Noi riviviamo in ogni memoriale liturgico tale esperienza. I formulari eucaristici ci insegnano ad orientare i nostri cuori nella prospettiva dell’attesa del Signore.
L’anamnesi dell’anafora terza è molto chiara da questo punto di vista: «Celebrando il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo, nell’attesa della sua venuta, ti offriamo, Padre, …»; essa ritraduce una parte del messaggio cristiano, ove si afferma che il Signore verrà sulle nubi del cielo per giudicare (cf Mt 26, 64). Tale dinamismo è proprio di ogni celebrazione liturgica che è, per natura sua, fondata sul fatto della presenza del Signore nella comunità celebrante.
«Quando si asserisce che la liturgia è il luogo privilegiato dove la partecipazione alla comunione ecclesiale ed escatologica diviene già attuale e vi si anticipa, si afferma pure che l’attesa della beata speranza e del ritorno del Signore si realizzano, anche se non ancora in modo svelato. Nella liturgia l’Escaton del Cristo risorto e del suo Spirito è presente ed operante, tant’è che nella celebrazione, pregustandola, già partecipiamo alla liturgia della gloria celeste».
Il significato escatologico della liturgia fluisce dalla concentrazione cristologica dell’azione liturgica. Il Cristo che è tra noi e ci avvolge nel suo Spirito facendoci gustare la sua pienezza gloriosa, riassume in sé gli eventi iniziali e finali della salvezza: quelli della sua apparizione nella carne e quelli del suo ritorno nella gloria. Entrando in lui e lasciandoci in lui coinvolgere, veniamo progressivamente assunti nella sua grandezza. È nella contemplazione della pienezza di Cristo che si rivive la dinamica dell’attrazione escatologica. Egli è l’Alfa e l’Omega, il punto di partenza verso il raggiungimento concreto della gloria che egli porta in sé e il punto finale di tutto il cammino della comunità cristiana.
Cristo Risorto, che è presente nella liturgia della Chiesa, costituisce la luce perenne che illumina il destino dell’uomo e dell’universo. Il Cristo ci attira a sé in modo incessante, particolarmente attraverso la celebrazione liturgica, ci rende sempre più partecipi del suo Mistero: nell’instancabile apertura della fede e nella fresca vitalità della speranza.
Mediante l’incessante confessione di fede, accettiamo d’entrare sempre più nella dinamica della sua morte e ri­surrezione. In qualunque tempo e in qualunque spazio, noi sappiamo di ritrovarci contemporanei alla pienezza del Cristo. Il cristiano è l’erede del Cristo, delle sue manifestazioni sacramentali e della sua luminosità eterna. Nella dinamica storico-ecclesiale, la vita del cristiano si snoda nella fresca relazione con il Redentore, partecipando sempre più alla sua ineffabile comunione gloriosa.
Tale prospettiva rende l’assemblea cultuale, sempre aperta alla fine dei tempi e la nostra confessione del ritorno di Cristo trova la sua precisa e pregnante formulazione nell’esclamazione: «Vieni, Signore Gesù». Questa acclamazione, ripetuta nel seno delle nostre assemblee, mentre costituisce la proclamazione della nostra fede, postula una piena coerenza della vita alla verità fondamentale e una pronta riconciliazione nella Pasqua attraverso l’accoglienza di colui che è venuto e che sempre viene in ogni momento del tempo, nella prospettiva d’essere in lui pienamente ricapitolati.

        Antonio Donghi, A lode della sua gloria. Il mistero della liturgia.  Ancora, 1988, pp. 183-185.

 

* Le conferenze del nostro Centro Culturale saranno tenute “in presenza”, nel rispetto delle norme anti Covid-19:
– È necessario essere in possesso del Green Pass.
– Si ricorda l’uso obbligatorio della mascherina, la sanificazione delle mani all’ingresso e il distanziamento.
– Potrà essere rilevata la temperatura corporea, impedendo l’accesso in caso di temperatura >37,5 °C.
– È raccomandato l’accesso tramite prenotazione all’indirizzo mail ccsb@domenicanibg.it.


ALTRI INCONTRI

presso il CENTRO

Prossimamente…